Prefazione

Il testo pubblicato nelle pagine seguenti ci è stato spedito un giorno dall’Ingegner Richard Röhrbein, ex Dirigente del Genio Civile di Potsdam, figlio della Signorina Carnehl (poi Röhrbein) ivi nominata. L’ho letto con crescente diletto, perché ho riconosciuto nelle esperienze di questa giovane donna di servizio di confessione evangelica le stesse esperienze vissute da chi, come noi, giunge per la prima volta a Roma. Il testo mette chiaramente in evidenza come ella si sentisse estranea e come talvolta si arrangiasse con una visione elementare e peggiorativa del Paese e della sua gente, dovuta proprio alla sua estraneità e alla mancanza di esperienza – chi non l’ha mai provato scagli la prima pietra.
Stili diversi, espressioni dialettali e un’ortografia italiana in parte scorretta sono stati mantenuti intenzionalmente. Il testo peraltro non era pensato per il pubblico, perciò nella lettura al piacere dovrebbe aggiungersi anche un po’ di indulgenza.
Umsomehr möchte ich mich bei Herrn Röhrbein für seine aufmerksame Freundlichkeit, uns die Briefe und persönlichen Fotos zur Verfügung zu stellen, herzlich bedanken.
Ringrazio vivamente il Signor Röhrbein per la premurosa cortesia di averci messo a disposizione queste lettere e fotografie personali. Le fotografie di Villa Massimo e del parco sono dell’Architetto Maximilian Zürcher e risalgono al 1912. Le lastre originali non esistono più, ma ci sono ancora le “vintage prints” Ringraziamo la Direttrice del Museo di Roma Dott.ssa Elisa Tittoni per l’autorizzazione a stamparle e Angela Windholz per l’indicazione, poiché aveva scoperto questo plico durante le ricerche svolte per la sua tesi di laurea su Villa Massimo.

Dr. Joachim Blüher

LETTERE DI UNA GOVERNANTE

R o m a - domenica 6.10.29

Anche se la macchina da scrivere che abbiamo qui funziona in maniera del tutto diversa e soprattutto ha una tastiera diversa – per cui mi risulta disastroso scrivere senza guardare i tasti - vi ricorro comunque per due chiari motivi: 1) perché la Signora Julchen sta seduta alla scrivania e tiene sotto assedio il calamaio e 2) perché non posso andare in camera mia, dato che suddetta Julia poi ha paura e subito strilla come Ingo: “Mamma, dove sei?”. Se dovessi uscire di casa, cascherebbe il mondo e lei chiamerebbe in aiuto tutti i giardinieri e portieri disponibili. Mah, non è così facile! E nei primi giorni è stato anche un po’ peggio. Abitiamo da sole in una villa, di sotto si trovano l’ufficio e lo studio del Professore e la nostra cucina personale accanto ad un ingresso molto ampio e ad un atrio con colonnato. Di sopra c’è la mia stanza, dove ho sistemato anche Julchen perché aveva paura e perché quella prevista per lei non era sufficiente. Della sua ho fatto un guardaroba e così adesso è davvero molto bello qua. A fianco della nostra comune camera da letto, che porta su una romantica terrazza sul tetto, c’è il nostro bagno, che sicuramente Vi impressionerebbe perché è molto bello e moderno e vicino ci sono le stanze degli ospiti che però vengono occupate raramente. Risultato finale: di notte siamo sole e l’altra grande villa, in cui abita il Professore, dista ben 6-8 minuti da noi. Vi potete quindi immaginare che nei primi giorni qualche volta ci si rizzavano i capelli, a Julchen apertamente e a me in segreto, poiché non potevo far capire che nemmeno io mi sentivo tanto tranquilla, soprattutto dopo che la signora dell’ufficio ci aveva gentilmente comunicato che la casa è frequentata dagli spiriti. Se avessi dato a vedere che io stessa ero un po’ spaventata, poi non sarei più riuscita a far andare Julchen a letto. Una volta siamo scese di sotto armate di manici di scopa, io dovevo naturalmente stare davanti e lei dietro, ma soltanto perché non sarebbe rimasta di sopra da sola per nulla al mondo: doveva restare con la mamma

– mah – hm - - - - Topi, formiche di ogni sorta, le più schifose sono quelle piccole piccole, che mangiano carne e formaggio – terribile. Se nel primo tremendo periodo, in cui spesso avevamo preoccupazioni per il cibo, ce ne andavamo nella consapevolezza di poter fare ancora un pasto - una fortuna che Voi non conoscete affatto, perché quella che in Germania chiamiamo fame in effetti non lo è, noi invece la conosciamo e Ve ne racconteremo in un periodo successivo e speriamo più fortunato – insomma, se pensavamo di avere qualcosa, poi non c’era più, perché quando rientravamo se l’erano mangiata i topi o piuttosto le formiche. Abbiamo visto della carne così schifosa che per giorni non potevamo nemmeno pensare alla carne, anche se ci mancava molto (questo però non è necessario raccontarlo a mamma Carnehl). Lo sapete, no, come sono le madri! Altrimenti penserebbe che è così tutti i giorni. Mangiamo il doppio che in Germania, cosa che non dipende dal nostro lavoro, bensì dal clima e la nostra Röschen nei primi giorni mi sarebbe sicuramente scappata per via dell’alimentazione vegetariana ed insufficiente. Si immagina che andare all’estero sia molto interessante, macché, è un’impresa difficile e non posso affatto spiegarVi come uno si sente; rimanete a casa, Voi tutti non sapete quanto siete fortunati, non siate così insoddisfatti della Vostra sorte. A volte penso che non riuscirò affatto a superare tutto questo e che non ritornerò a casa, è disperatamente triste e difficile. Non pensate che io sia una gran lagna, nei primi 8 giorni non abbiamo versato neanche una sola lacrima, soltanto quando è arrivata la posta che avevamo atteso in modo particolare (ne avevamo ricevuta entrambe) ci siamo sciolte in pianto. Altrimenti siamo dure come soldati e ci siamo sempre incoraggiate l’un l’altra quando nei primi giorni non potevamo far la spesa come avremmo voluto, e questa è la cosa peggiore, non possiamo proprio trovare le cose a noi familiari e ci dobbiamo adeguare, perché a mangiare sempre zuppa di latte alla fine non ne può più neanche chi è la pazienza in persona e spaghetti in eterno è insopportabile.

Le patate sono abbastanza rare e pure l’attrezzatura della cucina è ancora molto primitiva, la carne qui – se proprio si riesce a trovare qualcosa – è molto al sangue. Quasi non la si può toccare. Se viene cotta in padella allora è grigia e se avete fortuna non puzza. Le salsicce non si trovano proprio, al massimo il prosciutto, che a lungo andare è anche monotono e molto caro. Vi vogliamo quindi dire questo: Voi vivete nel paese della cuccagna e non lo sapete affatto. Che fortuna sia abitare in un contesto tedesco e ordinato noi lo sappiamo da quando ci troviamo nella Roma eterna, siate grati e siate contenti. Anche se non avete grandi possibilità, potete prepararvi un buon pasto pur con mezzi modesti. Cosa daremmo noi per una sola aringa, che qui non si trova, o per un etto di Thüringer Mett!. Al solo pensiero a uno viene un certo languorino di stomaco. Per di più qui si spendono tanti soldi per un’alimentazione che non è quella corretta, questo è grave, e noi stiamo sempre solo a calcolare come tirare avanti e come calmare la fame che ogni paio d’ore si fa sentire furiosamente. Forse Voi mi conoscete come una cattiva forchetta. Ho però delle fasi in cui posso capire i cani che si azzuffano per un osso e le persone che rubano le salsicce. Terribile – abita la terra e vivi con fede, questo è un proverbio serio e molto importante e posso solo consigliare di farne tesoro. Ci meravigliamo sempre che a casa nostra la vita costi così poco e si stia comunque sempre molto bene, mentre l’estero non offre nulla, eppure è così caro. Percorrevamo su è giù dieci volte la Herrenhäuser Allee per un tozzo di pane asciutto, fosse anche vecchio, perché qui non c’è nemmeno quello – vendono un pane bianco friabile, sciapo e senza consistenza, che però non ha davvero niente a che fare con il bel pane bianco sfornato da noi. Se in Germania fate anche il lavoro più modesto, siate felici, e se avete l’opportunità di sposare uno spazzino tedesco, prendetevelo volentieri, perché sarà finemente istruito in confronto a quello che si vede qua in fatto di povertà e primitività.

Oggi è domenica e come tutti i giorni c’è il mercato settimanale. Dato che nei giorni feriali abbiamo poco tempo e desideravamo tanto andare al mercato, ci siamo incamminate anche se eravamo molto stanche malgrado il riposo domenicale. Julchen aveva un forte desiderio di pesce, fosse anche il mostro più spaventoso che c’era, io già inorridivo in anticipo. Ciononostante ero fermamente decisa a farle il piacere, se proprio ci fosse stato qualcosa del genere qui. Io stessa avevo già sentito che c’erano soltanto orribili bestiacce, come le seppie con i tentacoli lunghissimi. Ebbene ci siamo andate. Una volta arrivate, ci si è presentato davanti il disgustoso spettacolo della tanta immondizia sparsa, poi non c’erano più pesci, se ne sentiva la puzza e in un banco si scorgeva in effetti qualcosa del genere, ma era talmente circondato da sciami di grossi calabroni, che noi non abbiamo nemmeno osato avvicinarci. Non avete idea di quanto grassi e schifosi siano questi calabroni. Ci siamo voltate, Julchen ora voleva la carne. Di fronte, un tipo vecchio e sporco sceglieva tra i resti di carne e gli ossi schifosi sparsi per terra quello che eventualmente si poteva ancora utilizzare il giorno seguente al mercato. Abbiamo guardato fissamente quell’immagine ripugnante e poi abbiamo lasciato quel posto disgustoso portandoci via qualche carota. Non ritorneremo più al mercato. Poiché era domenica, era l’una e noi ancora non avevamo pranzato, abbiamo cercato di trovare ancora qualcosa da mangiare e alla fine abbiamo comprato in un negozio ancora aperto dell’appetitoso formaggio e prosciutto. Quindi abbiamo mangiato prosciutto e patate lesse con un po’ di burro. Se pensiamo che qualcuno ci potrebbe invidiare per il nostro lavoro all’estero, noi che di solito siamo calme diventiamo subito furiose. Di recente, a causa delle ristrettezze, ho cucinato riso con prugne. Julchen quando ha saputo del menu non era molto entusiasta, perché il riso non è proprio il suo cibo preferito, oggi però chiede già quando mangiamo di nuovo il riso con le prugne. Col tempo diminuiscono le pretese. Questo è solo un piccolo squarcio delle nostre esperienze quotidiane. Ve le scrivo però in modo che capiate cosa succede e che cosa Voi avete.

Scrivere con questa macchina è una punizione, ma che si può fare, ogni segno e la maggior parte delle lettere importanti hanno una posizione diversa dalla nostra. Tutto quello che da noi viene scritto usando il tasto della maiuscola qui non si scrive così e principalmente i numeri, addirittura il punto. Ci si mette quindi così a lungo a scrivere epistole e d’altra parte il tempo e il denaro scarseggiano. Ma che peso ha quel che si scrive e quanto tempo richiederebbe. Abbiate quindi comprensione per noi e se per un po’ più di tempo la posta arriva un tantino scarna cercate di capire anche questo, perché una stanchezza talmente paralizzante non la si conosce da noi in patria. Potete aver dormito per ore e sentirvi pesanti come un blocco di piombo. A volte, alla mattina, anche solo salire una scala mi sembra un’enorme fatica. Sperò che si calmi; gli italiani dicono invece che all’arrivo dei venti tropicali, che qui si chiamano Chirokko, la stanchezza e la fiacca aumentano ancora di più, tanto che perfino i reati commessi quando c’è scirocco vengono giudicati con maggior clemenza. Immaginate. Di giorno fa bello caldo e i piselli nell’orto sono ancora in fiore, ma di notte – soprattutto all’inizio – abbiamo patito miseramente il freddo. Non vado più a letto senza il mio vecchio blazer di maglia. Adesso basta lamentarsi – ci sono anche cose molto belle qui, che il tempo ci fa imparare ad ammirare, ma prima dobbiamo esserci abituate all’alimentazione diversa: imparare a divorare con entusiasmo peperoni, seppie e luridi molluschi e a fare i propri bisogni per strada dietro un cespuglio. Chi si tira su più velocemente le brache è il migliore. Nelle strade, anche nelle più eleganti, ci sono delle strutture carine, un piccolo paravento di lamiera con delle gambe lunghe e strette che permettono di vedere anche, in modo molto espressivo, le gambe e la testa di chi vi sta dietro – molto ingenuo – Da quando conosciamo questa delicata struttura, noi naturalmente ci giriamo il più possibile nell’altra direzione. Qui non si può proprio guardare nessun uomo, neanche con lo sguardo più innocente, e noi saremmo però ancora un po’ curiose, perché altrimenti pensano subito che si hanno altre intenzioni e si viene fissate con estrema invadenza e quando non si distoglie subito severamente lo sguardo, si viene anche molestate. Queste sono tutte cose a cui bisognerebbe abituarsi in fretta, per non dare spiacevolmente nell’occhio.

Vi scriverei volentieri ancora qualcosa, ma è già mezzanotte e noi siamo abituate a dormire tanto e dobbiamo lavorare molto, più tardi Vi dirò anche del lavoro. Dobbiamo prima andare avanti e vedere chiaramente come ce la caviamo. Adesso arrivano ogni giorno degli artisti, anche quelli con titoloni, anche dal Ministero prussiano giungono signori, in parte accompagnati dalle mogli, che abitano da noi e da noi ricevono la colazione. Per gennaio è anche annunciato il Ministro della Cultura. Julchen fa già le prove per l’inchino; la piccola è la mia grande consolazione e mi preoccupo sempre che dorma tanto, possibilmente anche dopo pranzo, cosa che finora è sempre riuscita. Questo pomeriggio abbiamo dormito già 2 – 3 ore, però ci sentivamo ancora stanche e sciocche - mah, chi è un po’ stolto lo è e basta – no? Per oggi, miei cari, Vi invio tanti saluti e soprattutto Vi prego di salutare anche tutti i conoscenti e di riferire che con il tempo scriveremo a tutti, anche alle bottegaie, a Jonny e alla Wesche etc. Tempo e denaro e denaro e tempo, le lire si spendono così velocemente e se non fosse per la grande fame le spenderemmo tutte in spese postali. Se considerate che per ogni lettera dobbiamo pagare 1,25 avrete sicuramente comprensione e pazienza. Salutate per favore anche i Meiselbach e gli Schmidt e dite loro che scriveremo a tutti, solo che devono aspettare ancora, eh? Questa lettera non fatela leggere agli altri, però per favore la relazione di viaggio, alt attenzione, solo a pochissimi, Vi prego, rifletteteci, perché è troppo dettagliata (p.es. non a Wesche, Römer), soltanto alla cerchia più ristretta, ma a Erna Müller.

Roma, 12 ottobre 1929

Potremmo metterci a scrivere in continuazione se volessimo descrivere tutte le nostre vicende. In genere però alla sera siamo così stanche che semplicemente crolliamo sui letti per lo più sfatti. Per il momento questo è comunque un lusso inaudito. Ma non importa proprio per niente, che cosa dovremmo poi sistemare in questi letti noiosi, dove non c’è niente a parte due coperte e un cuscino duro, questo cuscino non è un cuscino, bensì una tavola, oh dormiamo, “noi dormiren” molto bene quando non ci sono gli spiriti.
Veniamo ai fatti:
1) Nella grande villa c’è una scala molto ripida, spaventosa, buia e misteriosa che porta nell’oscuro regno degli inferi (è vero, non è uno scherzo). È l’entrata delle catacombe di cui sono sconosciute le dimensioni. Il nostro custode prossimamente vuole accompagnarci di sotto con delle fiaccole, io però gli son grata, ma ci rinuncio, mi basta già uno sguardo nella tenebrosa profondità. Uh! ----

2) A Julchen manca un bottone della scarpa, pensava già di dover andare così in Germania, quando abbiamo trovato qualcosa di simile ad un calzolaio, una stanza molto piccola, un quadro di Mussolini e due splendide immagini di antichi romani. Ho attaccato a chiacchierare, lui ha capito ed ha cucito il bottone, mentre io mi complimentavo con la moglie, una donna sulla cinquantina, per la decorazione delle pareti, ho detto “bella illustrata” e son stata gentile, una cosa che qui viene considerata come una necessità di vita. Le lune qui non esistono, soltanto un’estrema cortesia e amabilità. L’italiano eternamente gentile e compiacente non lo si trova diverso nemmeno nelle situazioni più brutte. Nel frattempo la scarpa era pronta e quindi ho chiesto: “Quanto costa?”. La risposta: “Oh – un sorriso radioso della Signora – “Niente Signorina” – niente! Inoltre ci avevano anche messo il bottone e noi non eravamo mai state là!
3) Facciamo la spesa, burro, uova e altro – alla fine, al momento del conto, scopriamo di non avere abbastanza soldi, ci mancano 5 lire, voglio dire al signore da cui stiamo comprando soltanto per la seconda volta che andremo a ritirare le ultime cose domani. Ma lui fa cenno di no, gentilissimo, e dice che possiamo pagare volentieri un’altra volta. Voglio dargli almeno il nostro indirizzo, “Accademia Tedesca”, ma niente, ci rinuncia con un sorriso radioso e pur senza conoscerci sa che quei soldi glieli riporteremo sicuramente (Julchen quasi non ha dormito per il pensiero che il signore avanzava 5 lire).

4) Compriamo cartoline e nel primo periodo, in cui nessuno può capire perché non abbiamo ancora scritto, ne abbiamo bisogno di tante. A Porta Pia ce ne sono di molto belle e molto economiche – 50 centesimi per 5 cartoline, ossia 2 ½ pfennig ciascuna. In un attimo ce ne mettono davanti una montagna di qualche centinaia, nessuno ci osserva, nessuno fa attenzione o si preoccupa, noi scegliamo il nostro mucchietto e riponiamo con cura il resto e paghiamo. Straordinariamente gentile, la semplice signora ci dice “Auf Wiedersehen”. Con quale facilità una persona meno coscienziosa avrebbe potuto intascare qualcosa, eppure nessuno ha malizia, qui si tratta di fiducia contro fiducia. Da noi invece si avrebbe paura che qualcosa sparisse. E questo popolo ruberebbe? Quella è una terribile stupidaggine che si va raccontando da noi. L’Accademia Tedesca verso la strada è costruita come una fortezza, le mura sono alte circa due piani, favolose e imponenti, ma di notte questa maestosa struttura non viene chiusa a chiave, al contrario, la chiave resta addirittura infilata nella serratura del cancello, accessibile a tutti, ma non entra nessuno e da tempo nessuno ruba. Dormiamo così tranquillamente, molto di più che dietro le nostre porte di casa ben serrate. Julchen ha in genere sempre brontolato per il fatto che dovevamo vivere sole in una casa. Da tanto tempo ormai non guarda più sotto i letti e gli armadi, è solo contenta che non abbiamo catacombe sotto di noi. – Sì, con le catacombe non abbiamo volentieri a che fare. La vita, anche così carica di lavoro, ci piace molto di più e però desideriamo tanto ritornare indietro. Contiamo sempre i giorni che passano della nostra prigionia.

Il cambiamento climatico è incredibile. Ogni mattina ci svegliamo con nuovi danni, una volta entrambe non ci sentiamo le braccia, un’altra non funzionano improvvisamente entrambi gli alluci, la mattina dopo la mano sinistra è inutilizzabile e così via. Abbiamo sempre meno pretese e siamo contente quando tutte le nostre amate parti del corpo si possono di nuovo muovere. Recentemente, di notte, c’è stato un grido di paura: “Miechen, sono stata punta, accendi subito la luce.” Prendo un enorme spavento, poi ci vuole sempre un po’ di tempo prima che si riesca a muovere le membra, prima siamo sempre paralizzate per dei secondi. Finalmente accendo la luce, lei sta seduta sul letto con un labbro doppio, molto buffo, ma impossibile capire che bestia era stata, non lo si è scoperto fino ad oggi. Abbiamo applicato dell’alcol su quel labbro da negra e l’indomani non si vedeva quasi più. Tante cose di questo genere possono capitare qua. - Una bestia, una bestia. Ripugnanti sono gli orrendi calabroni grandi e grossi, mentre io trovo molto graziose le numerose lucertole. Recentemente, prima di andare a dormire, avevamo un calabrone davvero grosso nella stanza, io scrivevo mentre Julchen gli dava la caccia e lo invitava a uscire con una soave voce flautata e alla fine sia in tedesco che in italiano – niente – non se ne andava. Infine si era posato sulla spalla di Julchen che esultando in camicia da notte l’aveva portato in fretta fuori dalla stanza. Quindi aveva fatto cadere a terra la camicia con una gioia maligna ed era rientrata senza – hm – ma – ma con il calabrone, perché adesso stava sulla pelle nuda mentre l’innocente camicia da notte giaceva sul freddo corridoio. Indignata, mi ha quindi esortata a toglierle il calabrone, inizialmente non ne potevo più dal gran ridere, poi li ho spinti fuori entrambi cerimoniosamente, la donna con il calabrone, per dare un finale di successo all’affaire.

Adesso è pomeriggio. Julchen dorme. Anch’io volevo farlo, ma prima devo sbarazzarmi di alcuni episodi, perché altrimenti si accumulano gli argomenti. E qui di tempo non ce n’è affatto. Ogni momento succede qualcosa di nuovo. Non appena ho iniziato un lavoro il Prof. G. ha qualcosa da discutere con me o da progettare, oppure viene un artigiano, la cucitrice strilla “finito” e vuole dell’altro lavoro o ci sono visite, o devo subito andare a valutare le opere iniziate da uno qualsiasi degli artisti arrivati nel frattempo. In questo caso non posso dire di no, bensì ci vado, perché mi sento responsabile se già vengo chiamata. Eh sì, non è così facile. Ultimamente mi ero un poco ritirata, quando sono stata chiamata di nuovo. Il prof. G. assieme a sua moglie aveva trascinato nella mia abitazione il portavoce di Stresemann (che qui è molto rimpianto) con la sua consorte, ci ha presentati e mi ha pregata di mostrare gli appartamenti degli artisti, cosa per cui sono stata ringraziata con una favolosa gentilezza e con il commento che tutto era molto bello, che io ho incassato freddamente, perché di sporcizia qui ne abbiamo già vista abbastanza e da bugigattoli abbiamo ricavato le stanze più belle. Grande orgoglio del Prof. G. è una sala da colazione per gli artisti che per così dire è sorta dal nulla. Io l’avevo preparata come sorpresa per il suo ricevimento. Nessuno sapeva dove gli artisti potevano fare colazione assieme, allora io non ho detto nulla e un pomeriggio sono andata con Julchen nel bugigattolo sino a tarda sera e alla fine avevamo accanto alla cucina una stanza pulita e arredata confortevolmente, in cui adesso tutti mangiano con appetito. Prima c’era la cattiva usanza che la colazione veniva portata ad ogni artista nel suo atelier. – Niente –

Sono qui il pittore Max Neumann con moglie e figlio, un’incantevole famiglia dalla quale Julchen ed io siamo già state invitate a pranzi italiani e che noi per questo motivo abbiamo anche già invitato, per ricambiare, naturalmente a mangiare piatti tedeschi. Max Neumann ha nel Museo provinciale un dipinto a olio, donato dalla Ditta Pelikan, Günther Wagner, andatevelo a vedere una volta. Abbiamo inoltre il pittore (espressionista) Herbig con moglie e figlio, le mogli non abitano all’Accademia, poi lo scultore Zadikow, che in questo periodo ha allestito una mostra nel suo atelier a cui siamo invitate anche noi. Noi avevamo promesso di aiutare nei preparativi e ci eravamo anche andate; ma poiché lui aveva bevuto Frascati bianco a sufficienza, non aveva bisogno del nostro aiuto e si era invece messo a trascinare in giro per l’atelier gli oggetti più assurdi, mentre noi fuggivamo impaurite negli angoli più lontani ed il Signor Neumann, anche lui venuto per aiutare, si piegava dalle risate. Tutte le figure e sculture più fragili correvano il pericolo di cadere a terra ed io volevo già ritirarmi per rispetto nei confronti dei miei nervi, quando lui (Zadikow) urlando “adesso deve morire” si lanciava con un martello da scultore contro un modello in gesso alto come un bimbo di sei anni, che era stato il modello per una figura di fanciullo in marmo bianco a grandezza naturale. Adesso per noi però era diventato troppo movimentato. Julchen gridava perché le faceva pena la bella figura in gesso, io invece l’ho afferrata dicendo: se volete proprio distruggerla, allora possiamo portarla anche subito via, ho sollevato il ragazzino di gesso che pesava circa 12 chili e con esso sono sparita attraverso la porta dell’atelier. Julchen mi ha seguita subito felice. Giunte nella nostra stanza, le ho regalato il “Sabino rapito” e le ho promesso anche la mia colonna d’ebano. Da allora Julchen si preoccupa per il trasporto. Forse potete già informarVi su quanto bisogna pagare di spese doganali per gli oggetti d’arte e se è consentito. Eh sì, se non si hanno pensieri per la posta che non arriva, allora si hanno questi. Quando siamo ritornate da questa spedizione trionfale l’atelier aveva già cambiato aspetto grazie all’aiuto di Beppino e del Signor Neumann. Abbiamo rimediato ancora un disegno e abbiamo dovuto giurare di non far passare le due opere per Zadikow originali. Quindi abbiamo invitato i presenti all’esposizione finale che vogliamo allestire con la raccolta di oggetti d’arte che avremo alla fine del periodo.

Fine – credo che Julchen dorma della grossa. Abbiamo ancora da fare perché domani arriva il Signor Nentwig con la moglie e abiterà nella mia villa, è Direttore Generale al Ministero della Cultura. Se più tardi potremo continuare a scriverVi – ancora non si sa. Il seguito alla prossima, a meno che non ci sia un terremoto o che ci divori un animale – negli Abruzzi ci sono lupi e in giardino abbiamo scorpioni.

à rivederla !

Roma, 10.10.1929

Che questa stupida macchina da scrivere non abbia caratteri tedeschi l’ho già detto a sufficienza, ma devo sempre ripeterlo perché gli errori di battitura non si possono proprio evitare; non ci si può disabituare in tre settimane ad un sistema a cui si era abituati da 8 anni..
Vediamo ora che cosa dobbiamo raccontarVi per prima. Cominciamo subito dalla domenica odierna. Da due settimane non avevamo domeniche a causa del tanto lavoro, quindi quella di oggi ce la siamo goduta ancora di più. Per essere completamente libere non abbiamo nemmeno cucinato, siamo andate invece alla Casa Tedesca, che appartiene all’Associazione Germanica di Roma e in cui si trova anche la Scuola Tedesca. Oltre al cibo abbiamo ordinato ½ litro di Frascati senza calcolarne gli effetti che poi non si son fatti attendere dato che abbiamo avuto bisogno di tutte le nostre energie per uscire dal locale, allegre e vivaci come eravamo. Poi siamo andate a Villa Borghese, che alla maggior parte di Voi è nota di nome come luogo storico; nel parco abbiamo quindi bevuto caffé a buon mercato al concerto della radio (praticamente l’unica cosa che qui è a buon mercato). Se qui si ordinano due tazze di caffé ti portano: 1) un bricco con ¾ di litro di acqua, 2) un bricco con 1/2 litro di latte, 3) un piccolo bricco da un quarto di litro di caffé, in più due bustine di zucchero, 2 tazze e due bicchieri da acqua. Si versa quindi pochissimo caffé nella tazza e si aggiunge abbastanza latte e acqua per non avere un colpo apoplettico. Voi tutti infatti non conoscete questo caffé. E’ pura essenza. Stavamo sedute sotto una grande palma in mezzo a tanta gente estranea e per un attimo ci siamo sembrate molto interessanti. Soprattutto notavamo che le italiane sono quasi tutte brutte, soprattutto le vecchie, che molto spesso hanno un certo che di streghe. Quelle belle vecchiette come mia madre – qui non ne ho ancora viste. Se, eccezionalmente, una italiana dovesse essere veramente bella, allora è veramente perfetta e degna di ammirazione, ma succede di rado; le nostre donne si mantengono giovani anche più a lungo, le donne di qui sono sfiorite già a 25 anni.

Dopo il caffé abbiamo cercato la “Ambasciata Ungherese presso la Santa Sede” e dopo lunghe ricerche alla fine l’abbiamo trovata. Volevo far visita all’educatrice tedesca che vi viveva da 11 anni come a casa propria o, come diceva la Baronessa von Bareza, come sua sorella. Siamo state accolte con favolosa gentilezza e la Signora von B. ci ha detto che possiamo andare in visita a casa sua il più spesso possibile e che possiamo considerarla come la nostra patria, anche se loro sarebbero ungheresi. Abbiamo allora subito concordato una visita da noi all’Accademia e delle gite assieme. La casa stessa è arredata riccamente; quello che ci ha colpite in particolar modo è che ogni stanza aveva una tappezzeria di seta diversa, nei colori più belli, e ogni stanza i più splendidi lampadari di cristallo. Loro sono di una semplicità stupefacente, molto naturali e amabili. La Signorina Ohlrau è stata già molti anni con la famiglia in Svezia (Stoccolma) e pure a Budapest e Vienna, e se il Signor v. B. dovesse venir trasferito in un’altra sede ci andrebbe anche lei. Siamo così ritornate a casa molto arricchite e ora siamo sedute e scriviamo a Voi, a cui sono rivolti i nostri pensieri per la maggior parte del tempo nonostante tutte queste impressioni. Il nostro factotum italiano, Beppino, si sforza di parlarci in tedesco. E’ anche stato in America e quando non funziona in italiano si può comunicare con lui in inglese, soltanto che lui stesso quasi non si riesce a capirlo. O potete forse immaginarVi un italiano che parla inglese? Di recente Beppino voleva farci un piacere particolare e ci ha chiesto gentilmente: “Wie geht Eich?”. Naturalmente eravamo molto felici e altrettanto cortesemente abbiamo detto “Oh, mille grazie, Beppino, bene, bene!” Adesso naturalmente toccava a Beppino essere felice, poiché ci eravamo sforzate così tanto e avevamo risposto in italiano.

In giardino abbiamo una coppia di bassotti, Max e Moritz. Julchen aveva smarrito la nostra scopetta. Beppino arriva raggiante: “Die kleinen Hunde haben Poliere, Poliere”. Naturalmente non avevamo più bisogno di cercare, chi altro poteva averla presa se non quella canaglia nera!br /> Riceviamo una serie di chaise-longues per gli appartamenti degli artisti. Io sistemo una chaise-longue in un atelier e me ne vado, Julchen viene a chiamarmi sconvolta dopo dieci minuti. La sedia ha uno squarcio lungo mezzo metro, il contenuto è sparso davanti in chiari mucchietti, nel caos più grandioso. Guardo fuori dalla finestra. Di sotto stanno Max e Moritz con uno sguardo docile – anche questa questione era risolta. La domenica precedente, in cui non potevamo uscire a causa dell’imminente visita, volevamo almeno berci comodamente un caffè. Julchen ha anche comprato il dolce. Prepara il caffè, vogliamo sederci, quando vengo chiamata. P a u s a – diventerà di nuovo freddo e verrà riscaldato. Io ritorno, molto felice di potermelo finalmente gustare, quando a Julchen viene in mente che la famiglia del pittore Max Neumann ha chiesto di me già alcune volte e poiché la signora si era alzata per la prima volta dopo un’influenza ed io in quel periodo l’avevo rifornita di impacchi ed inoltre eravamo state anche prima invitate a pranzo da loro, ho dovuto come minimo andare a farle visita, era già molto tardi per la convalescente. Allora prima di avere un caffè devo andare a fare una breve visita ai Neumann, non è proprio facile essere la governante, voglio ritornarmene presto, perché Julchen mi aspetta con il caffè domenicale riscaldato tre volte, ma “Lei deve venire anche nell’atelier a vedere il mio ultimo quadro”, che devo fare, in compagnia dell’intera famiglia si va a guardare l’ultimo quadro. Così succede sempre. Alla fine erano le 5 quando abbiamo potuto berci il caffè, dunque cena. Titolo “Caffè domenicale”.

Attendiamo una visita all’Accademia: il Direttore Generale Nentwig con la moglie, che occuperanno 1 stanza nella mia piccola villa. I preparativi ci hanno impegnato tutta la domenica scorsa, perciò abbiamo iniziato a bere il caffè così tardi. L’arrivo degli ospiti era previsto per le 7, alle 6 ci facciamo ancora il bagno domenicale, per farci adeguatamente belle. Improvvisamente dei richiami in casa – gli ospiti sono arrivati già un’ora prima, e la signora di casa stava per così dire ancora nella vasca. Un gran trambusto. Julchen cercava disperatamente di infilarmi una calza, cosa che quando si è agitati in linea di massima non riesce, ci siamo date da fare di buona lena. Alla fine la toilette era terminata in breve tempo, che comunque al Direttore dell’Accademia deve essere parso interminabile, ma tutto si è svolto secondo programma, sono stata presentata ed ho potuto ricevere gli ospiti in maniera adeguata. E così mi sono presentata alla mia autorità superiore. Poiché però si tratta proprio del Ministero della Cultura, presumo che abbia un’adeguata comprensione anche per la cultura. Inoltre il nostro ospite stesso sapeva di essere arrivato un’ora prima. Egli si distingue per l’estrema semplicità ed il massimo riguardo. – Che ultimamente mangiamo i cactus di sicuro non l’abbiamo ancora scritto, ma è così, ossia i frutti, che hanno un sapore squisito. Poco tempo fa il Sottosegretario di Stato aveva annunciato di voler visitare l’Accademia, grandi preparativi, è arrivato, ma purtroppo per la visita era troppo tardi e quindi questa cerimonia dovrà ripetersi prossimamente. Di recente è stato qui il portavoce di Stresemann con la moglie. Il Prof. G. ci ha presentati e la visita si è svolta. Per me può anche venire l’Imperatore della Cina, sono preparata a tutto. In ogni caso è interessante e qualche vantaggio bisognerà pur averlo per il fatto che viviamo al confine con l’Africa. - Julchen è stata punta di nuovo da una bestia di zanzara, una volta sulla gamba, su cui abbiamo fatto impacchi per due giorni, e questa notte sulla palpebra, che ora pende come un grazioso sacchettino, naturalmente pungono anche me, ma con me queste schifose sono gentili e cercano i punti che non sono così visibili, abbiamo dappertutto reti metalliche e zanzariere.

Roma 26.10.29

(Relazione dal 28.9 al 26.9.29)

Dopo che abbiamo iniziato, dobbiamo di nuovo mangiare, ci capita sempre così, quindi “Buono Appetiti!”Nel frattempo abbiamo divorato la nostra zuppa di patate e lavorato energicamente, tanto che siamo ritornate stremate, inoltre abbiamo consumato di nuovo due pasti. - Adesso Vi parliamo del nostro viaggio – Già a Basilea abbiamo notato di essere in un Paese straniero, altri tipi, altra lingua e quando volevamo comperare delle cartoline scopriamo che i nostri soldi non avevano più validità. Miechen aveva lire italiane, ma non franchi svizzeri. Intanto avevamo trovato una simpatica compagnia di viaggio nel nostro scompartimento, il Professor Seier, della Scuola Tedesca di Milano, cosa che per noi era di grande vantaggio, perché anche se Miechen aveva sviluppato un grande talento linguistico, non è comunque facile quando si arriva a mezzanotte in un Paese straniero e si viene addirittura assaliti dai procacciatori di clienti per gli alberghi, un metodo che ci è estraneo e assume forme tali che quasi non si riesce a difendersi dall’invadenza. La nostra intenzione di attraversare il Lago dei Quattro Cantoni abbiamo dovuto abbandonarla perché avremmo perso una giornata intera. Giunti a Milano, il Professor Seier ha dapprima cercato per noi un buon albergo adeguato e non troppo caro (Albergo Manin) e poiché non aveva ancora una stanza fissa, ne ha presa una accanto alla nostra e per noi è stato molto rassicurante sapere che sarebbe bastato bussare alla porta se per qualche motivo avessimo avuto paura. Ci ha anche prestato la sua sveglia, perché la mattina dopo dovevamo essere pronte in tempo per partire per Roma. Nonostante l’ora tarda di arrivo, il Signor Seier trovava necessario che ci godessimo almeno le principali bellezze di Milano. Perciò dopo aver fissato la camera siamo andate con lui al Duomo di Milano – costruito tutto in marmo bianco – che è meraviglioso e in puro stile gotico, molto grande. Poi abbiamo visto la Borsa, piazze importanti e soprattutto la cosiddetta Galleria, una strada coperta dove ci sono diversi caffè. Abbiamo bevuto anche noi il gustoso caffè italiano e poi una delle particolari bevande locali, il Campari-Bitter, che ci risulta difficile da descrivere, ad ogni modo è più amaro che dolce, si potrebbe dire: limonata con alcol. Dopo il Signor Seier ha preso un tassì, ci ha portate all’albergo e ci ha lasciate a noi stesse dopo essersi accertato della qualità delle nostre camere. Piumini non ci sono, invece di coperte solo lenzuola, nel cortile dell’albergo palme che quasi arrivano fino al secondo piano, la nostra camera è molto elegante, con lavabo, cosa che ho visto soltanto nelle ville sul Wannsee o se no nelle case di gente benestante. La mattina presto alle 8 incontro con il Signor Seier per la colazione, poi ci ha anche accompagnate alla stazione e caricate letteralmente sul treno. Quando volevamo ringraziarlo come si deve per le sue commoventi premure, ci ha detto che potevamo ricambiare soltanto offrendo la nostra assistenza ai tedeschi in viaggio come aveva fatto lui. Nel frattempo siamo già in Italia e non abbiamo raccontato nulla delle nostre impressioni sulla Svizzera. È grandiosa, il Lago dei Quattro Cantoni e il San Gottardo son stati in ogni caso l’esperienza più forte. Siamo saliti sul San Gottardo solo a 1000 metri e poi un quarto d’ora attraverso il tunnel, passando per Lugano, abbiamo visto da lontano anche Locarno, poi sfrecciando giù verso Chiasso, dove c’è stato il secondo e più rigido controllo dei passaporti e dei bagagli, cioè quello italiano. Noi ce la siamo cavata velocemente. Julchen ne è uscita indenne. Miechen ha aperto la valigia più grande, una manata dentro ed è finita là. “Basta”. Peggio è andata due scompartimenti più avanti ad un italiano che aveva portato con sé una coperta di broccato e più confezioni di praline. L’hanno beccato e trascinato con tutte le sue cose al deposito della dogana, mentre noi siamo rimasti fermi così a lungo. Finalmente il viaggio è ripreso e siamo giunti, come già descritto, a Milano, dove dopo 1 ora di tragitto e 2 ore di visita della città, alle 2 di notte finalmente abbiamo potuto metterci a letto.

La mattina successiva, dopo esserci congedate dal nostro compagno di viaggio, eravamo rimaste abbandonate a noi stesse tra persone che parlavano italiano. Abbiamo proseguito fino a Genova, là dovevamo cambiar treno, andare ad un altro binario con 8 colli, mentre all’inizio non si trovava un Fachino, poi invece a metà strada verso l’altro Binario ne abbiamo trovato uno, perché altrimenti avremmo perso la coincidenza a causa del tanto bagaglio. “Per Roma”. In questo treno diretto per fortuna abbiamo potuto star sedute fino a Roma. Per il viaggio da Milano a Roma ci son volute ancora 15 ore, che per noi sono state molto lunghe perché eravamo in balia degli italiani e perché di nuovo siamo arrivate appena a mezzanotte, cosa che per noi era molto sgradevole. Il viaggio lungo la costa italiana è stato veramente meraviglioso, abbiamo costeggiato tutta la Riviera e abbiamo osservato sempre con meraviglia le splendide immagini che ci si offrivano e gli eccezionali colori del mare che si estendeva davanti a noi in una vastità imperscrutabile. Passavamo continuamente attraverso delle gallerie, ma era ogni volta una sorpresa quando si ripresentava alla vista la costa romantica. Era un alternarsi di grandi scogliere lambite dalle onde spumeggianti, alte rocce a strapiombo sul mare ed ampie superfici marine del blu più intenso e di un verde smeraldo come noi non l’abbiamo mai visto. Tra le tante cose, abbiamo visto anche la Torre pendente di Pisa, la Lombardia ed il Po e nelle città e nei paesi specialmente al Nord dell’Italia, siamo state sorprese dallo stato di rovina e decadimento quasi ingenuo, che per noi era altrettanto nuovo dei meravigliosi paesaggi colorati che abbiamo descritto. La calce, l’intonaco o anche le pietre malferme vengono lasciati pendere per aria o cadere, come fa comodo o come decide il vento. In nessun altro luogo ci sono contrasti così forti come qua. Grandi palazzi, possibilmente in marmo – e accanto cadenti casupole, in cui abitano degli straccioni. L’italiana elegante non è immaginabile in nessun altro modo se non truccata con i più tenui colori pastello e abbellita con un rossetto rosso fuoco, in un modo che non può che disgustare l’uomo tedesco. Qui sembra invece far parte delle buone maniere – paese che vai, usanze che trovi.

Dopo che tutti ci avevano messo in guardia dagli italiani, anche soprattutto dal viaggio in terza classe, dovevamo avere una paura giustificata. Ma non è stato così. Le carrozze italiane sono comode e non più sporche delle nostre nei lunghi viaggi. Oltre che da noi il nostro scompartimento era occupato da una coppia italiana, una coppia di fratelli (un aviatore con sua sorella) e un sergente italiano. È difficile dire chi di loro fosse più simpatico e si prendesse più cura di noi, ci offrisse i posti con la vista più bella, quelli migliori vicino al finestrino o ci rendesse tutte le cortesie possibili. Comunque una cosa è certa: che erano tutti, senza eccezione, carini e che al nostro arrivo a Roma avevamo già cinque amici italiani con i quali anche in futuro ci saremo scambiati i saluti. La scorta di vocaboli di Miechen si è esaurita presto nel corso del viaggio di 15 ore e abbiamo dovuto creare nuove possibilità di conversazione con i nostri gentili compagni di viaggio. Abbiamo addirittura dovuto sviluppare il nostro talento, Julchen poi era stanca e gli “sporchi” italiani hanno avvolto i suoi piedi nella carta e il soldato l’ha coperta premurosamente con il suo cappotto. Andate a cercare questo in Germania, dove accade che si deve stare in piedi per ore prima che uno si alzi. Potremmo raccontare ancora molto, cose da cui noi possiamo solo imparare, ma ci vorrebbe troppo tempo, preghiamo però tutti di diffondere queste impressioni fondate, per aiutare a combattere i falsi pregiudizi e apprezzare meglio gli italiani. Poco prima del passaggio dal territorio tedesco a quello svizzero abbiamo chiesto a un controllore tedesco che fa questo tragitto centinaia di volte quando il nostro treno sarebbe arrivato a Lucerna, al che abbiamo ricevuto la brusca e indignata risposta che è proprio il colmo chiedergli una cosa del genere. Se lui, benché sempre di servizio nel treno, effettivamente non conosceva l’orario di arrivo, come funzionario di turno aveva la possibilità di accertarlo, inoltre è addirittura crudele liquidare in questo modo dei connazionali in viaggio all’estero che praticamente dipendono da lui. Bisogna immaginarsi che viaggiano anche persone meno pratiche e in una simile situazione addirittura indifese. Inaudito.

Torniamo allora a Milano il 20.9.1929. Il Signor S. ha dunque bevuto con noi il caffè, ce lo versava, credo che ci imburrasse anche i panini, ci trattava come le sue bambine, anche se io sono maggiore di lui almeno di alcuni anni, credo. Ma che male c’è? Era bello essere viziati così all’estero. Nel frattempo abbiamo superato la metà del lungo viaggio da Milano a Roma. Quando dopo ancora 15 ore si avvicinava la terza sera, abbiamo mangiato per l’ultima volta nel vagone ristorante e davanti a noi stava seduto un simpatico austriaco che poco dopo ha fatto capire di parlare tedesco. Com’è bello risentire la propria lingua dopo quasi un giorno intero nel primo viaggio all’estero non lo crede nessuno. E c’è una differenza se si fa semplicemente un viaggio di piacere o se si deve partire per un periodo più lungo. Il Signor Eisenberger di Vienna ha così assunto ora il ruolo di padre che era stato del Professor Seier e ci ha assistite fino alla nostra stanza d’albergo che si è fatto prima mostrare proprio come il Signor S., mentre lui stesso a causa delle mancanza di posti ha dovuto accontentarsi di una stanza da bagno arredata. In entrambi i casi è stato positivo e necessario che i due signori ci siano stati così d’aiuto, perché tutte due le volte siamo arrivate a mezzanotte e tutte due le volte i procacciatori di clienti per gli alberghi si son lanciati su di noi come avvoltoi e i signori che parlavano italiano potevano difendersi meglio di quanto avrebbe potuto fare Miechen. A Roma è successo questo: pioggia torrenziale al nostro arrivo, 4 dei suddetti figuri si avventano su di noi, mentre un nostro compagno di viaggio italiano che era con noi, un funzionario di banca residente a Roma, voleva portarci in un buon albergo. Non appena le bestie hanno capito questo è cominciato un terribile piagnisteo e alla fine i tipi hanno chiamato la polizia perché il nostro compagno di viaggio non sarebbe autorizzato a portarci in un albergo.

Il Signor Eisenberger ha avuto il suo bel daffare a tirarci fuori da questa maledetta situazione; si pensi un po’, a mezzanotte in un Paese dove si parla un’altra lingua, con una pioggia torrenziale, circondate da simili tipacci, con un uomo che per lo meno può farsi capire eppure si fa sentire in tutt’altro modo. Il poliziotto poi se n’è andato, lasciando a noi la scelta, perseguitate da questi tipi che urlavano e gesticolavano dandosi colpetti sulla testa e ci auguravano arrivederci alle 7 alla stazione: “a rivederla da la stazione centrale a sette ore, aparzo, aparzo” (pazzo, pazzo)!! Io sono abbastanza coraggiosa, però a poco a poco mi è venuta la pelle d’oca. Arrivate davanti ad una grande porta, il Signor Eisenberger mi ha chiesto se era il caso che almeno vedesse la pensione designata, io ho annuito titubante. Era appena entrato nell’ingresso per sincerarsi dell’eventuale qualità o insufficienza della casa, quando Julchen ha gridato “No, no, la casa è così scura, la porta è così buia eccetera”. La mia pelle d’oca si è intensificata e ho spinto il Signor Eisenberger, che era anche lui esitante, a rinunciare e a continuare a cercare un vero albergo sotto la pioggia torrenziale (ne abbiamo visti 2, ma erano occupati). Alla fine abbiamo ricevuto come a Milano una camera molto carina grazie alla competenza linguistica e all’insistenza del nostro accompagnatore, che come ho detto sopra ha dovuto accontentarsi di un bagno con chaise-longue, dopo che noi, finalmente salve, ci eravamo bevute con lui un bicchiere di latte di mandorla discutendo ancora dell’avventura appena superata. Qui si addice anche il detto secondo cui è facile dar consigli quando si sta al sicuro.

Un altro giorno Miechen ha chiamato all’Accademia Tedesca e ha risposto la Signorina Ringo, una tedesca che però vive in Italia già da 6 anni, ma non ha fatto sua la gentilezza romanica, ha mantenuto la necessaria alterigia e l’espressione prussiana da poliziotto, anche se oggi mi chiede, se ho mai avuto una cattiva impressione di lei, di passarci sopra. Va bene – voglio essere generosa, ma dopo il nostro arrivo ho promesso a Julchen che nella nostra relazione di viaggio l’avrei descritta così come si è presentata a noi, è così che si fa, inoltre una connazionale che non dimostra il minimo sentimento a sorelle del suo Paese che entrano in territorio straniero deve essere ritratta esattamente. Quindi: dopo aver fatto colazione e aver preso congedo dal Signor Eisenberger, ho visto una Carozza (non ha nulla a che fare con la parola che Voi conoscete), ossia un tassì e volevo recarmi a Villa Massimo, in Via G. B. de Rossi 34, macché, il buon uomo non sapeva affatto dove si trovava e non reagiva nemmeno al mio insistente “l’Accademia die Germia”. A me andava ancora bene, ma pensavo alle troppe lire che avrei forse dovuto pagare. Alla fine gli ho messo questa cosa per iscritto e salta fuori che la nostra strada si chiama “Giovanni Battista de Rossi” e si trova quasi fuori Roma, infatti non compare neanche nella grande pianta della città, quindi a là Stöcken o Waldhausen. Comunque quell’oca al telefono avrebbe dovuto poi farsi tanti pensieri e far presenti queste difficoltà a persone che arrivano da un altro Paese, visto che non è che si trova là fuori in capo al mondo soltanto il giorno del nostro arrivo, bensì si sarà trovata là già da sempre. A proposito la stessa signora che aveva scritto “Berlin, gr. Seestrasse”, cosa che l’Avvocato ancora sa, da cui poi lei lo ha appreso.Basta adesso – nel frattempo siamo giunte qua, dopo che la Signorina Ringo stava al cancello come la Nemesi vendicatrice mentre la nostra auto finalmente entrava, con le sopracciglia inarcuate e tutte le rughe che poteva tirar fuori malgrado i suoi appena 32 anni (forse anche mente e se ne toglie 6), era furibonda perché, come ha detto, ha dovuto rimanere sotto la pioggia per colpa nostra, noi eravamo anche molto in ritardo eccetera. Io l’ho fatta prima blaterare, poi ho detto secca che mi dispiaceva che era bagnata, ma che noi in Germania non ci mettiamo inutilmente sotto la pioggia, perché si sa che non si può chiamare nessuno con lo sguardo, che io inoltre, dalla notte precedente a Roma, non ero ancora tanto pratica da potermi imporre meglio con le mie conoscenze linguistiche (pensavo solamente che io di certo sarei andata a prendere i miei compaesani all’albergo o avrei mandato qualcuno di fidato, ma non siamo tutti pazzi uguali).

Dopo che lei aveva preferito ritirare le rughe della severità e del ruolo di rappresentanza della casa, poiché io non volevo perdere la calma e lei sorrideva pacificamente, inoltre perché eravamo entrate nel parco passandole accanto con tanta Grandezza, lei ha indicato con il dito la mia Julchen e ha chiesto con aria di condiscendenza (con le rughe): “Questa è la sua cameriera?”. Dopo una breve presentazione e una rettifica inequivocabile da parte mia la splendida accoglienza in territorio tedesco era finita. Tutto il resto voglio lasciarlo perdere, menziono soltanto ancora che la cara ragazza sopra nominata oggi è servile, non prova a permettersi la minima arroganza ed io la tengo molto bene in scacco. Ha perfino un’evidente predilezione per Julchen. A me però si è presentata in modo troppo particolare, io sono sì gentile e mi sforzo anche di cancellare questa impressione, ma purtroppo non riesco a liberarmi del tutto da questa fastidiosa sensazione. Chiaramente lei si vergogna molto, ha anche già detto a Julchen che talvolta non è gentile, ma ciò non cambia nulla al fatto che noi, sconosciute, arrivavamo da lontano ed eravamo in viaggio già da tre giorni, quando abbiamo scorto i bei lineamenti che la Signora Ringo aveva assunto appositamente per accoglierci, inoltre già dall’albergo le avevo detto che non avevo una “cameriera” bensì “un’aiutante”, perché lei lo aveva chiesto così sfacciatamente già al telefono. Evidentemente avevo una buona giornata, altrimenti forse avrei fatto anche la “prussiana”, ma durante il viaggio avevo imparato tanto di più ed ero così contenta che eravamo finalmente arrivate.br /> Il Prof. Gericke non è ancora qua e lo si attende per domani. Nel frattempo ci siamo già messe all’opera. Julchen si è mostrata molto abile e capace nell’economia domestica, diventerà una brava governante. Sa fare le pulizie come se non avesse fatto altro in vita sua ed è pure svelta. Poiché questo non c’entra, andiamo avanti.

Adesso si procede in stile telegrafico, perché altrimenti costa troppo in spese postali e noi abbiamo tutti i motivi per essere parsimoniose. Non pensate che possiamo continuare a scrivere lettere così lunghe, perché adesso è finita con la splendida libertà, da domani prendiamo servizio, finora avevamo soltanto un artista all’Accademia, che però doveva badare a se stesso perché il suo periodo era finito. È occupato nel completamento dei suoi ultimi lavori e lascerà Roma nei prossimi giorni, è lo scultore Zadikow, che crea liberamente dalla pietra mentre altri prima elaborano un relativo modello. Allora, nella nostra cucina non c’era niente, né pentola né coltelli, alt, la pentola c’era, ma né coltello né forchetta né cucchiaio, né sale né farina, né questo né quello, soltanto acqua del rubinetto, cosa che ammiriamo anche dovutamente. Forse avete pensato che potevamo scrivere prima, ma avevamo fame e dovevamo appunto vedere dove potevamo trovare qualcosa. Il personale dell’edificio principale è a sé, fa parte della famiglia privata, mentre io sono la donna di casa dell’Accademia, sono due mondi separati e va molto bene così. Ma così nessuno si era sentito obbligato a provvedere alla benché minima cosa, già devo smettere di nuovo perché Julchen grida “vieni, qui c’è un animale, un animale, uno così non lo hai mai visto”. Dopo averlo osservato senza sapere se era una rana, un coleottero o un pesce, lo abbiamo purtroppo eliminato, dato che il nostro zoo è pieno a sufficienza e non c’è più una gabbia libera. Avanti: i primi giorni abbiamo tirato a campare con zuppa di latte, le cose solide, quando disponibili, ce le siamo portate alla bocca con i coltellini che avevamo con noi, cosa che Julchen malgrado l’apertura abbastanza grande non riusciva a fare senza ferite. - L’uva che è incredibilmente a buon mercato era il nostro alimento principale, altrimenti mangiavamo latte con la pasta e per cambiare pasta col latte, sebbene davanti alla porta della cucina pendessero le mandorle amare e le siepi di alloro ci ricordassero gli arrosti della mamma. Il formaggio lo compriamo con entusiasmo, è molto buono, ma con le salsicce ci si potrebbe mettere in fuga, aglio e ancora aglio.

La prima carne che abbiamo dovuto comprare per necessità se la sono divorata i topi, il formaggio le tante formiche e altri animaletti. Nel frattempo ho inventato dei preziosi stratagemmi per combatterli efficacemente. Dove abitiamo è meraviglioso, l’enorme parco è da favola, la villa principale all’interno è completamente rivestita di marmo, scale e pareti. All’interno della grande villa c’è anche un appartamento di circa 6 stanze che fanno parte del mio settore, perché vengono occupate ancora da artisti o da ospiti dell’Accademia. Vi è inoltre la grande sala da cerimonie con uno splendido pavimento di marmo, mosaici e delle belle colonne antiche. Poi c’è l’appartamento privato del Direttore. Gli artisti abitano ognuno in una casa indipendente, con un proprio ingresso e un atelier, ciascuna equivale praticamente ad una villa unifamiliare. Di queste case-atelier ce ne sono 10 e poi c’è la villetta che si trova a circa 5 min. dall’edificio principale ed ha circa 8 stanze, di cui una è la mia ed è molto bella e porta su una terrazza sul tetto dalla quale riesco a vedere fino alle montagne. Questa stanza la divido, su mia disposizione, con Julchen, perché quella prevista per lei non è sufficiente. Della sua stanza ho fatto un guardaroba, con un armadio esemplare per le valigie. La nostra stanza da bagno è meravigliosa, ovunque acqua corrente calda e fredda e tutti i dispositivi possibili. Dopo pranzo dormiamo sempre, anche perché il cambiamento di clima non è così facile. Inoltre ho intenzione, diversamente da com’è stato finora, di prevedere la giusta misura di lavoro e di riposo, sempre che ciò sia realizzabile. La domenica volevamo concederci un piacere particolare sedendoci in giardino e bevendo caffè al sole, poi però abbiamo dovuto constatare che non solo eravamo accecate per mezz’ora, ma che ci sentivamo anche abbastanza intontite e per tutto il giorno non ci siamo liberate più del mal di testa, certo non è molto facile con il sole italiano. - Ieri volevamo concederci un piacere molto particolare e abbiamo bevuto il tanto lodato vino rosso a buon mercato – 2 litri per 40 pfennig, mah, l’effetto era dapprima molto ridicolo, eravamo eccezionalmente molto contente e vivaci e ci rallegravamo dell’effetto soporifero. Ma dopo essermi girata e rigirata nel letto, verso l’una mi sono resa conto di aver la febbre e violente palpitazioni e che anche Julchen si rivoltava nel sonno e al mio richiamo si è svegliata da un sogno di cannibali, mentre io ero già scappata da rinoceronti e cavalli selvaggi arrampicandomi sugli alberi. Valeriana e compresse bagnate sul cuore ci hanno rimesso in piedi. Per il momento ci basta questo primo tentativo.

Domenica siamo state alla vicina costa, che è più vicina di Steinhude, è il Mar Tirreno che sta tra Roma, la Sardegna e la Corsica. Dei magnifici effetti cromatici, sabbia bianconera come sale e pepe. Sabato sera siamo state all’Associazione Germanica per rappresentare degnamente l’Accademia. Era rappresentata anche l’Ambasciata, però di entrambe mancavano i capi, c’era un po’ di tutto.
Grandiose sono anche le capacità linguistiche di Julchen, che vorrei più di tutto poter rappresentare per immagini come Paul Simmer. Peccato che non ho il talento.
Adesso potete guardare dentro la nostra dispensa piena, ormai non mi faccio più abbindolare da nessuno e Julchen si stupisce che il programma dei pasti diventi sempre più ricco a seguito dei progressi nelle conoscenze linguistiche, che per necessità riguardano in primo luogo i generi alimentari.
Ora abbiamo raccontato sicuramente tutto quanto era degno di nota, in seguito di più, perché nonostante tutta la buona volontà il tempo e il denaro ci costringono ad adeguarci e la gente nel nostro Paese deve capirlo, anche se noi scriveremmo volentieri ogni volta a ciascuno in modo dettagliato. Ma nell’ampio campo di attività che mi è stato assegnato, che necessita ancora di molta cura, i giorni e le ore passano come niente. Con il tempo faremo delle belle fotografie e Ve le spediremo in modo che anche Voi tutti possiate farVi un’idea della nostra nuova zona. Il grande parco verso la strada è strutturato come una fortezza, con giganti bastioni e mura, la nostra villetta si trova nell’angolo estremo ed è un po’ ritirata, dietro c’è ancora un piccolo giardino circondato da un chiostro e dei cipressi giganti formano un viale alberato che va verso la villa principale.
Ecco un episodio divertente: una mattina compare un signore che borbotta qualcosa tra i denti. Io lo saluto, “Boun giorno” e gli indico il giardiniere che parla italiano, subito questo si rivolge a lui in tedesco “ah, buongiorno, l’ufficio oggi è chiuso?”. Al che io mi son fatta una grandissima risata e gli ho detto: “Parla tedesco? Anch’io!” All’interno dell’Accademia Tedesca ti può succedere proprio di tutto! Io avevo detto al buon uomo prima in italiano che “non parlo italiano” e chissà cosa avrà pensato lui, welkem Sprakke ik reden.

Roma 4.11.1929

Roma, 4.11.29 Questa, lo dico fin dall’inizio, è l’ultima relazione dell’anno a prescindere da eventi particolari. Ormai avete tutti un’idea di dove e come viviamo. Adesso ci limiteremo soltanto a rispondere alla posta in arrivo che comincia ad essere più intensa. Una cosa devo tornare a ripeterla: che sia il lavoro tedesco che la presunzione tedesca sono insuperabili. Fin dall’infanzia ho saputo che il “Made in Germany” non era solo un marchio di qualità e per l’esportazione in l’Inghilterra, ma che aveva da dire di più al mondo. Qui si può prendere quello che si vuole. È tutto molto caro tranne forse la frutta, però molto peggiore o appunto affatto cattivo. Se uno non vuole credere veramente quanto sia cattivo il materiale, allora prendo la nostra paletta e chiedo in che formato la vuole piegata. Il burro è generalmente rancido, nello zucchero, anche se è 3 volte più caro che da noi, ci sono capelli etc. Con la carne si può ammazzare qualcuno dopo che è stata cucinata per 5 ore, le uova sanno di zolfo e per non parlare poi dei lavori artigianali, che un tedesco rifiuterebbe sdegnato dicendo che sono raffazzonature.

Mussolini abita soltanto ad alcuni minuti da noi, la guardia passa sempre qui davanti. I bambini qui sono così tanti che si inciampa su di loro, e da quanto si può vedere sembra che ce ne siano ancora molti in arrivo. Tanti auguri.
Il fidanzamento del Principe Ereditario è stato celebrato in pompa magna. L’illuminazione della città era meravigliosa. – Alle esequie del Principe Bülow c’eravamo anche noi, eravamo in nero com’è la regola e all’ingresso abbiamo dovuto scrivere il nostro nome nel registro. Era molto semplice e impressionante.
I grandi avvenimenti si preannunciano con largo anticipo.Sono in corso i preparativi per la festa di Natale. Il Prof. Gericke ha organizzato un concorso per gli artisti: chi presenterà il più bello schizzo per un quadro del presepio, riceverà l’incarico di realizzare il dipinto con figure a grandezza naturale per la festa di Natale, inoltre riceverà in premio 100 marchi tedeschi. Così si è cominciato. Ovunque si andava c’erano schizzi sparsi dappertutto. Per il completamento era stata fissata una determinata data. Hanno partecipato 5 pittori e 1 scultore, tutti artisti fatti. Il concorso è stato vinto dal Signor August Wilhelm Dressler, un artista dotato di molto talento il cui schizzo è stato riconosciuto da tutti i partecipanti come il migliore. Domenica prima di Natale – il 22 dicembre. Grande fermento all’atelier n. 3. Noi assistevamo con entusiasmo e guardavamo come il lavoro progrediva. Un vecchio raccoglitore di ghiande e il nostro vecchio giardiniere fungevano da modello per i pastori. Beppino, il nostro factotum, doveva fare da modello per Giuseppe e la nostra lavandaia per Maria. Il Bambin Gesù è venuto molto bello. Non potevamo assolutamente staccarci da là, era troppo interessante vedere come il dipinto si sviluppava a poco a poco. La lana delle pecore ci sembrava quasi palpabile. Dressler lavorava sacrificando tutte le sue forze ed ha terminato il dipinto entro la mattina del 24 dicembre.

Intanto anche noi dovevamo fare grandi preparativi per la festa. Miechen doveva sistemare la sala e le è riuscito magnificamente. Ha ricevuto anche le lodi del Professore. Bisognava addobbare un grande abete spedito da Berlino. Miechen, Abel ed io – assieme a Rajano – siamo entrati nella grande casa. Avevamo tante decorazioni natalizie e ci siamo messi al lavoro. Miechen ha adornato i singoli tavoli con rami d’abete etc., mentre Abel ed io abbiamo addobbato l’albero. Una volta finito, ho giocato un po’ con Rojano, accarezzandolo dietro l’orecchio, perché aveva un’otite e le carezze gli facevano bene, visto che mugolava di piacere. Stavamo stese tranquille sul tappeto quando improvvisamente un terribile fracasso ci ha spaventate. Io quasi non osavo sollevare lo sguardo, pensavo che l’intero albero fosse a terra. Abel, che era impegnato a mettere le candele stando in piedi sulla spalliera di una sedia, era caduto e strisciava per terra. Attorno a lui c’erano alcune palle schiacciate etc. Peraltro era andata anche bene, però noi abbiamo riso tantissimo perché la situazione era così comica. Così, a poco a poco i preparativi sono terminati. Martedì – vigilia di Natale – alle 5 doveva cominciare la festa di Natale. Fino alle 4 eravamo impegnate nelle pulizie di fondo. Alla festa erano invitati gli artisti e alcuni estranei, naturalmente gli artisti con mogli e figli, sempre che fossero a Roma, e inoltre Miechen ed io. Le candele sono state accese quando eravamo tutti riuniti, erano le 5 ½. Il quadro dipinto da Dressler, che era trasparente, faceva un bell’effetto. Un silenzio solenne su tutta la linea. Il Prof. Gericke ha letto la storia del Natale dalla Bibbia, poi sono stati messi dei dischi adeguati sul grammofono e tutto si è svolto nella più grande armonia. L’albero di Natale è stato acceso a lungo e lo sfavillio delle luci si rifletteva sui volti e tutti parevano soddisfatti, anche se non proprio del tutto presenti con i pensieri – che erano sicuramente rivolti ai cari a casa.

In seguito si è passati alla parte più realistica. Il Signor Dreyer aveva preparato un buffet freddo con tante cose belle, come torte, insalata di carne, pane bianco, limonata etc. Ognuno si avvicinava al bancone con il proprio piatto e bicchiere, si serviva di nuovo con tutto quanto poteva mangiare per poi svignarsela in un angolo o sedersi con gli altri che stavano sparpagliati intorno ai tavoli. Tutti insieme formavamo una grande famiglia. Anch’io stavo bene, sono stata seduta un po’ con questo un po’ con quello e così è trascorsa la sera della vigilia, di cui avevo avuto a lungo orrore. Più tardi abbiamo continuato a festeggiare nel nostro villino.
La vita è bella, ma cara.

Roma, 2 aprile 1930