Cari amici di Villa Massimo,
il giorno dopo l’inaugurazione, sono venuto a vedere la mostra di Bianchi e Scully e vorrei raccontarvi cosa ho provato.
Era mercoledì 14 e due immagini mi hanno colpito quel giorno. Una l’ho vista per strada. L’altra a Villa Massimo. La prima è il manifesto pubblicitario del discount Todis; nella foto, ossia nel fotomontaggio, c’è un enorme caciocavallo (quei formaggi che si appendono e che sono composti da due corpi tondi, uno più piccolo dell’altro) al quale il creativo ha applicato una mascherina sugli occhi (di quelle da banditi) e un mantello da supereroe.
La seconda immagine che mi ha colpito è il quadro di Sean Scully, “Wall of Light Dusk”, una parete di elementi rettangolari di diverse misure, vicini l’uno all’altro e allineati, per lo più, ma non completamente, poiché il dittico che campeggia al centro è fuori asse rispetto agli elementi che gli stanno sotto. Non ho la foto davanti e alcuni dettagli mi sono sfuggiti. Ma ricordo bene questo non allineamento, elemento che disarticola la composizione suggerendo un movimento interno, una sorta di autonomo e casuale incastrarsi delle cose. L’altra cosa che ricordo bene è la luce arancione che appare ai fianchi dei rettangoli; in realtà è la preparazione della tela, quindi sta sotto la calda geometria di Scully. E il pittore, come facevano gli antichi maestri del Novecento, ha utilizzato la base come colore, come luce. Un campo luminoso che ha voluto coprire “allineando” rettangoli, a loro volta frutto di sovrapposizioni di colore quasi dolorose (ricordate quando da bambini ci ostinavamo a campire il cielo con una matita o una biro azzurra, che fatica?).
C’è, in queste pennellate reiterate, sovrapposte, come la volontà di sigillare lo spazio. Saturare la luce come per vincere la paura del vuoto. Salvo poi, appunto, lasciare che la luce del colore vibri dietro e dentro la pittura. La saracinesca si è abbassata e, attraverso le tapparelle, filtra polvere di luce. Un quadro cieco, quello di Scully, opposto all’occhio vorace della tavola di Domenico Bianchi. Che ha incastrato lo spazio nel vortice di quella sua sorta di spirale che emerge, candida, dal luminoso piano solare della cera.
Due quadri diversissimi, direi. Di due grandi pittori, certamente. Uno, Bianchi, ha compiuto quest’anno cinquant’anni. L’altro, Scully, ha festeggiato i sessanta (ammesso che li abbia festeggiati). Per molti anni ancora, ne sono sicuro, e questo è il mio augurio, lavoreranno ancora intorno a una bellezza che è difficile da dire, quella della pittura. Ma, mi chiedo, gli artisti delle nuove generazioni stanno seguendo il loro esempio? Bianchi e Scully fanno scuola? Forse saranno da esempio per le generazioni future. Certamente non per quelle d’adesso. Per le quali è molto più interessante (e copiabile e accattivante e spendibile in una rassegna d’arte contemporanea) il “caciocavallo mascherato” della pubblicità di Todis che non il muro luminoso di Scully o la cera inondata di luce di Bianchi: due opere eseguite con tecniche antiche (l’olio e l’encausto) e, soprattutto, legate a un linguaggio dell’arte che sembra relegato nel passato: ed è fatto di stupore e di mistero, di sentimento; di luce, forma, colore e basta.
Quanti, anche dei borsisti dell'accademia tedesca, avrebbero il coraggio di guardare a Matisse e al Marocco e all'espressionismo astratto americano, come ha fatto Scully? Davanti la suo dipinto ho per un attimo, ma solo per un attimo, pensato ai container ammassati nei porti. A quelle pile di rettangoli colorati che costituiscono pareti di lamiera in fila al mare.
L'ho pensato e subito dopo ho ricacciato questo parallelismo nel cestino. Perché la pittura ci ha messo migliaia di anni per liberarsi dal giogo della mimesis. E ritirare fuori le suggestioni del paesaggio, peggio se metropolitano e industriale, fa male alla pittura e, penso, dispiaccia anche a Scully.
C’è chi dice che due quadri per una mostra siano pochi. Se questa è la qualità, io mi “accontento”. Anche perché due quadri, come quelli visti al Massimo, non li vedrò mai in un manifesto pubblicitario stradale (del resto, nessuna riproduzione potrebbe restituirmi l’emozione della visione, l’odore della materia); mentre di “caciocavalli mascherati”, in foto o in formalina, sono piene le rassegne d’arte contemporanea.
Con i più cordiali saluti,
Francesco Verla
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